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KALI

"Ho scelto il nome di KALI, perché mi sembrava veramente figo prendere in prestito il nome di una dea. Per altro non una dea qualunque, ma, cito Wikipedia, “Kali era il terzo elemento della triade indù, insieme a Brahma il creatore e Vishnu il preservatore”, conosciuta anche come “colei che è il Tempo” o “la regina della Morte”. Non che io abbia ascendenze sataniste, per carità di dio, ma l’idea di incarnare virtualmente una dea distruttrice mi piaceva da morire. In fondo distruggere implica anche l’idea di costruire nuovamente, di trasformare e meglio ancora di decostruire. Ed io sono nata per questo: sono una donna in perenne crisi esistenziale, che ama costruire equilibri, ma anche romperli. Che ama stare in silenzio, ma anche proferire deliranti monologhi, talmente contorti che a volte non li capisco manco io. E dalla mia vita ho bandito per sempre qualunque genere di pessimismo che sia minimo o cosmico, non fa differenza. A me piace ridere, ma ridere di cuore, al punto da farmi venire i crampi agli zigomi. Tra l’altro c’ho l’innamoramento facile, quasi sempre platonico: in qualunque momento potrei perdere la testa per un libro, una canzone, un paesaggio, più difficilmente per un uomo. In questo c’ho i gusti difficili. E da bambina sognavo di vivere in un ranch del Montana, galoppare in sella a un mustang e indossare gli speroni. Ecco, questo è ciò che sono. E non vorrei essere nient’altro".
 
INSURRECTO


"Allora, si era parlato di scegliere uno pseudonimo. Me ne sono venuti in mente tre: Il primo era "Nessuno". Mi sembrava bello. Ammiccava a reminiscenze liceali un po' come a dire: "attenzione, c'è sostanza" e poi era un memorandum continuo che mi ricordava: "Ahò, bello, non sei nessuno, abbassa la cresta" e ne ho sempre un gran bisogno. Poi però mi è venuto in mente "Mai più". E' saltato fuori ascoltando Radio Italia, solo musica italiana, ed è il titolo di una canzone odiosa cantata da Giovanotti ed un altro paio di profeti contemporanei. Mi piaceva isolare una direttrice della mia vita che è fatta di buoni propositi continuamente traditi od elusi. Mi sembrava una cosetta carina. Però era prendersi anche troppo sul serio. Allora, col passare dei giorni mi ha sempre più convinto lo pseudonimo "Insurrecto". E' il nome di un mediocre cantante di reggaeton cubano. Sufficientemente cattivo. Mi richiamava l'immagine dei pugili sfidati per un titolo che portano sul ring un trionfo di cinturoni e di staff per impressionare l'avversario. Boh, così. Poi, più seriamente, mi piaceva dare un carattere programmatico al "fare-blog". Nel senso che proprio non mi interessa se inteso come chiacchiera, come semplice mostra di sé e ricerca di compagnia. Il blog è fico nel suo carattere spontaneo, dal basso, privo di linee editoriali, di padroni da servire e di poteri da proteggere. E' un sollevare la testa e dire cose senza una pagnotta da portare a casa. Sempre un po' una piccola rivolta contro qualcosa. E' bello nella sua presenza fragile in una terra di nessuno che, proprio perché di nessuno (o di tutti), ricorda molto quella dimensione mitica (e forse inesistente) chiamata libertà. Poi un mio amico con forte senso pratico e dell'ironia mi ha detto ad un bar: "Certo, Insurrecto... In-su-per-il-retto...". E' stato un brutto colpo. Ho vacillato. Ma alla fine va bene così. Anche i migliori propositi vengono facilmente uccisi da un gioco di parole, o da un'immancabile citazione di Freud o da un proposito migliore. Così vanno le cose".